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Mi è capitato di sentire il bisogno di conoscere un luogo sentendone parlare quasi per caso, prestando casualmente attenzione a un discorso tra persone che non conoscevo, oppure identificandolo con il mio intimo e continuo bisogno di vita legata alla natura.

Mi è capitato di vivere un luogo e di averne respirato l’essenza ancora prima di averci messo piede. Mi è capitato e mi è piaciuto, ma mai come mi è successo in Camargue, luogo che mi ha segnato l’esistenza a tal punto di desiderare fortemente, quando verrà il momento e se possibile, di concludervi i miei giorni.

Misi piede su quel suolo e dopo pochi respiri avevo già capito che ci avrei conosciuto momenti felicissimi.

Strano sentirlo dire da uno come me, così perfettamente pronto ad adeguare il proprio stile di vita e a plasmarsi in qualsiasi luogo che abbia frequentato, pur senza mai affezionarsene.

La Camargue è strana. L’ho conosciuta in un giorno d’inverno, a gennaio, in un momento in cui il paese di Li Santi Mario de la mar, capitale della Camargue viveva uno stato di tranquillità tipico dei paesini che si affacciano placidamente sul mare. Pochissimi abitanti e tutti con tratti somatici identificativi di quelli che possiamo chiamare Gitani. Un brezza lievissima che mi sfiorava impercettibilmente la barba senza muovere un solo granello di sabbia faceva da contrappunto a nuvoloni grigio-verdi e blu appoggiati sull’orizzonte marino. Un mare calmo, soave, ma plumbeo e potente allo stesso tempo.

All’improvviso una folata gelida dritta sul mio volto: ‘Io sono il Vento’ – mi disse – ‘e domino questi luoghi. Io sono magnanimo e sono terrificante. Posso darvi gioia o frustarvi con la ferocia del mio braccio. Io sono il Vento e decido se concedervi il calore dell’astro di fuoco o gettarvi nell’oscurità più profonda. Il mare è mio suddito e io decido se darvi cibo oppure schiaffeggiare i vostri pescatori. Sono io che decido chi di voi miseri umani resta e chi invece viene spazzato via dalla crudeltà dei miei strali senza più fare ritorno in questa terra. Io sono il Vento e tu mi dovrai rispetto in eterno. Io sono il Vento e in me non confidare mai’

Sono tornato in Camargue alla fine di Aprile nel 2016 per dare inizio alla mia ricerca fotografica e l’impatto fu durissimo: Il Vento mantenne la sua promessa e mi accolse con una forza difficile da contenere. Proveniva dall’Atlantico e prendeva potenza lungo i Pirenei per arrivare al mare soffiando violentemente. Faceva freddo. Era quasi insostenibile lo stare all’aperto per fotografare. Guanti, cappello di lana, giacca abbottonata fin sul naso e ancora non bastava. Avevo confidato sul fatto che in riva al mare a fine Aprile non potesse fare freddo e non avevo portato abbigliamento tecnico sufficientemente adatto a quelle ventate gelide. Ma il bisogno di vivere quel luogo era irrefrenabile e non mi fermai. Macchine fotografiche pronte prima di ogni alba e riposte dopo ogni tramonto. Non persi un solo istante di luce in quattro giorni. Pedalavo prima dell’alba nel buio per raggiungere i luoghi che mi sembravano migliori cercando inquadrature spettacolari e suggestive. La luce aumentava e lentamente il paesaggio si manifestava ai miei occhi. Inesorabile il sole marciava verso il giorno e l’atmosfera si incendiava sempre più. Il blu lasciava gradualmente il posto al rosso del fuoco ma a lungo i due colori convivevano nello stesso cielo assieme alle altre sfumature dei colori dell’alba. Non posso dimenticare le sensazioni provate. Era giorno e sempre in sella alla MTB mi spostavo dove più l’istinto mi guidava. Scoprire scorci diversi spostandosi di soli cento metri o magari girandosi di 180 gradi.

E’ la Camargue: gli stagni giacciono accanto al mare ma separati da esso da una vegetazione spontanea multicolore. Volatili di vario genere, cavalli bianchi, tori neri come la pece e i fenicotteri. Il sale depositato in riva agli specchi d’acqua che brillava di colori propri, dal rosa al blu ma che poi cambiava colore a seconda del calore e della quantità di luce. Il faro a metà del sentiero che congiunge Li Santi Mario de la mer con Salin de Giroud. Dune sabbiose che inaspettatamente si muovono e cambiano le loro forme plasmate dal vento. Spiagge immense la cui vastità richiama quelle atlantiche. Qui l’uomo può essere solo spettatore e non può manipolare questo paradiso con la sua brama di possesso distruttivo.

Di notte il vento soffiava imbufalito e impunito e il nostro camper barcollava. Faceva freddo e dormivo vestito, praticamente pronto a uscire nuovamente nel buio delle notti camarguesi una volta infilatomi gli scarponi. Mangiavo un panino preparato la sera prima e magari, invece dell’acqua, che a preparare bevande calde non si riusciva, bevevo un bicchiere di vino: Gris de Gris indigeno. Via di nuovo, tutto il giorno, dalla riva del mare al fango colloso degli stagni dove i Fenicotteri passavano ore nutrendosi. Dalle distese coperte da cespugli bassi a carreggiate polverose. E il vento continuava a soffiare.

La Camargue non è per tutti.

Va conosciuta, va amata se si riesce a sopportarne la durezza e va apprezzata per ciò che è: un paradiso dove l’uomo può vivere ma non è padrone. Rigida o mite d’inverno e sempre difficile d’estate, quando le moustiques ti assalgono e il sole ti brucia e ti acceca rimbalzando sulle carreggiate bianche. Non ci sono punti di ristoro e praticamente neppure ripari di fortuna. Qui nei secoli passati ci hanno sempre vissuto in pochi. Non sono posti ospitali e la vita è dura, ma dura sul serio. Chi pesca deve affrontare quotidianamente il mare e chi vive in campagna sopravvive faticando parecchio in fattorie isolate e mal collegate tra loro e con Li Santi Mario de la mar. Quando sei all’aperto ti senti un po’ indifeso ma vi assicuro che se imparerete ad apprezzarla, la Camargue prenderà possesso di un consistente spazio nella vostra anima e sentirete sempre ben vivo in voi lo spirito nomade che è il richiamo per tutti coloro i quali sentono la necessità di vivere la purezza dei grandi spazi aperti, dove le persone conservano un’umanità che purtroppo nelle nostre città è seppellita da tonnellate di cattive abitudini.

 

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